La Biennale Arte 2026: i Giardini

Introduzione: un estratto della presentazione di Koyo Kouoh, curatrice della mostra:
“La 61^ esposizione Internazionale d’Arte si fonda su una profonda fiducia negli artisti quali interpreti essenziali della condizione sociale e psichica, nonché catalizzatori di nuove relazioni e possibilità. La composizione della Mostra è costituita da pratiche artistiche che aprono portali, che rinnovano e nutrono, che stimolano il rapporto e la relazione e che promuovono l’avanzamento del concetto e della forma attraverso reti e scuole – intese in modo libero e informale. L’effetto voluto mescola coesione e dissonanza alla maniera di un ensemble di free jazz o, forse, data la dimensione della Biennale Arte, di un festival di ensemble con un presupposto comune: che la poetica libera e le persone creano insieme la bellezza. Attraverso la relazione, la condivisione e la trascendenza, gli artisti e le pratiche che operano in questo spirito, come il jazz, attraversando metodi, scale, sensi e forme, offrono ai visitatori un’esperienza espositiva più sensoriale che didattica, che rinnova invece di esaurire, e che fortifica per il lavoro che ci attende.
Attraverso una processione visiva e meditativa, la Mostra sollecita tutti i sensi a interconnettersi e a perdersi da un universo all’altro, rendendo visibili le possibilità che abitano negli spazi intermedi e oltre i portali.
… non resta che sintonizzarsi, come i jazzisti, su queste mutazioni imperative. Il jazzista medita costantemente sull’imprevedibile, vi si colloca seguendo le leggi del poliritmo e improvvisa istanti mozzafiato. Noi, piccoli isolani dei Caraibi, non siamo ancora pronti, ma possediamo questa risorsa. Il cambiamento dovrà essere così profondo che, senza dubbio, sarà necessario integrare la conoscenza del jazz con i vecchi totemismi, animismi, analogismi e altre metafisiche finora troppo sommariamente scartate. Queste poesie del mondo antico sono già partiture preziose. — Patrick Chamoiseau, 20233
In questo spirito, la Mostra non intende essere né una litania di commenti sugli eventi mondiali, né un atto di disattenzione o di fuga dalle crisi complesse e continuamente intrecciate. Al contrario, essa propone una riconnessione radicale con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo
In Minor Keys è un susseguirsi di viaggi entusiasmanti che parlano al sensibile e all’affettivo, invitando i visitatori a meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione con dimensioni in cui il tempo non è né una proprietà aziendale né un elemento sottomesso alla tirannia di una produttività incessantemente accelerata…”
Alcune impressioni (di Gianpaolo Dal Maso)
Credo che, anche in occasione della visita a questa edizione di Biennale Arte, un/una visitatore/trice debba approcciarsi con curiosità e, possibilmente, senza preconcetti.
Il titolo di questa edizione: “In minor Keys” (Nelle chiavi minori) già ci fa capire dove è rivolta l’attenzione e la scelta delle partecipazioni.
Riporto alcune frasi del testo, che introduce l’esposizione, all’entrata del padiglione centrale:
“I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia. Le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine. Le armonie di chi ripara ferite e mondi…”
Koyo Kouoh, curatrice di questa edizione, è deceduta nel 2025 e i 110 artisti partecipanti riflettono la sua geografia relazionale fatta di incontri con artisti nel corso della sua vita.
Nel proseguo mi limiterò ai citare alcuni contributi tessili che mi hanno maggiormente interessato, allegando le relative foto che, purtroppo, riflettono le difficili condizioni in cui è stato possibile eseguirle e di questo mi scuso fin d’ora.
La visita inizia con il Padiglione centrale, all’entrata è collocato un enorme costume realizzato da Demond Melancon, grande capo del Young Seminole Hunters di New Orleans. In occasione del martedì grasso, alla fine del carnevale, i grandi capi di questo collettivo di nativi americani si mostrano in elaborati abiti da cerimonia, realizzati con perline di vetro. Tale tradizione ha avuto origine dalle pratiche cerimoniali importate dagli africani ridotti in schiavitù nelle Americhe.


Nelle sale successive vi sono altri lavori tessili:
– degli arazzi in lana tinti da Amina Saoudi Ait Khay con pigmenti naturali provenienti dalla terra (Marocco) intorno alla sua casa. Nella presentazione dell’artista è riportato come gli arazzi “fanno riferimento ai suoi ricordi dei paesaggi marocchini e tunisini … alla madre, tessitrice di tappeti e attivista politica. La sua pratica è anche in risonanza con l’arte marocchina moderna e contemporanea per l’uso di forme tradizionali e materiali naturali – conoscenze radicate in tradizioni secolari trasmesse di generazione in generazione”.

- delle opere di lino, ricamate su merletti antichi di Annalee Davis che vive e lavora in una ex piantagione nelle Barbados. Le opere sono ricamate e realizzate con la tecnica dell’appliqué ed evocano piante tradizionalmente utilizzate a Barbados.

Annalee Davis: Be soft, 2024 - dei collage pittorici in cui l’autrice: Mohammed Joha, palestinese che vive in Francia, ha sovrapposto materiali di scarto – carta, cartone, tessuto sulla tela in composizioni che prendono spunto dalle pratiche quotidiane dei gazawi, intrappolati in cicli incessanti di distruzione e ricostruzione. Questo ciclo (No Schelter) è stato realizzato mentre assisteva all’annientamento quasi totale di Gaza.

Mohammed Joha: No Schelter, 2025 - altri collage in seta, cuciti a mano, sono stati realizzati da Billie Zangewa, ogni collage, in cui le immagini sono state perfettamente realizzate, è presentato privo di una parte che è stata lacerata.

Billie Zangewa: Life lessons, 2026
dopo aver trascorso alcuni minuti per osservare le splendide immagini disegnate su carta da Sabian Baumann

ed aver goduto di una breve pausa nel giardino con sculture progettato da Carlo Scarpa nel 1952,

in una delle stanze successive, tra la parete e parte della stanza è collocata l’istallazione di Ebony G. Patterson: un pavone bianco, alla cui base sono posti due guanti, con un’incredibile coda, assemblaggio di una miriade di oggetti multicolori. Nella presentazione dell’istallazione il richiamo ai colori della foresta tropicale (l’artista proviene dalla Giamaica) ma anche al consumismo che scarica oggetti nel sud del mondo;

La visita prosegue nei padiglioni delle nazioni che trovano spazio nell’area esterna al Padiglione centrale, tra cui quello riservato a Venezia. In questo mi hanno colpito gli oggetti contenuti nelle vetrine del “Diario veneziano”. Il legame tra ogni oggetto ed il suo proprietario è descritto con un’etichetta che apre uno spiraglio nella vita di quelle persone e spiega la loro scelta.
L’autrice Emilia Kabakov aveva realizzato nel 1993 a Gand assieme alla sorella Ilya (ora deceduta) una istallazione consegnando agli artisti oggetti raccolti dagli abitanti.
In questa occasione gli oggetti e le loro storie sono presentati per dar vita a un ritratto di Venezia attraverso lo sguardo dei suoi abitanti e non dell’artista.


Nel Padiglione dei tre paesi: Finlandia, Norvegia e Svezia tre artisti invitano “visitatrici e visitatori ad attraversare un ambiente in continua trasformazione, all’interno del quale l’esperienza muta gradualmente, con lo scorrere del tempo” (dalla presentazione).
Mi ha colpito in particolare il lavoro di Kristolova: intorno ad un lungo albero alcune creature si riuniscono ed emergono dal suo tronco, ricoperto da un tessuto che ne simula la corteccia. L’albero è umanizzato dalla presenza di una grande testa femminile.

Per concludere questa rassegna di impressioni, una visita al Padiglione della Francia che propone molte stimolazioni legate al colore ma non solo.
“Comme Saturne” (Come Saturno), il titolo riassuntivo del progetto “rimanda a Saturno, al contempo pianeta e figura mitologica: dio del tempo, dei cicli, della distruzione e del rinnovamento…” dalla presentazione della curatrice Myriam Ben Salah.
Il padiglione è composto da cinque sale e l’artista Yto Barrada presenta in ognuna diverse ricerche sulla tintura ed il trattamento dei tessuti. Nella sala della malinconia vi sono esempi di tessuti trattati con la tecnica tessile del devorè che consiste nella dissoluzione di alcune fibre con dell’acido per creare motivi in trasparenza.
Nella sala degli studi vi sono 74 studi di colore su lana, l’artista propone una nuova teoria dei colori, cinque categorie: “l’emigrana”, “il semi-cremisi”, “l’esaurimento”, “il tramite” e “il domestico”.



Alle pareti di alcune sale pannelli con parole che si trasformano in altre di diverso significato attraverso la modifica di alcune lettere.

Biennale Arte 2026
9 maggio > 22 novembre 2026
Giardini / Arsenale / Forte Marghera
Orario estivo: 11 – 19 (dal 9 maggio al 27 settembre – ultimo ingresso 18.45)
Fino a fine settembre, solo sede Arsenale: venerdì e sabato apertura prolungata fino alle ore 20.00 (ultimo ingresso ore 19.45)
Orario autunnale: 10 – 18 (dal 29 settembre al 22 novembre – ultimo ingresso 17.45)
Chiuso il lunedì (tranne lunedì 16 novembre)
Sede Giardini (2 ingressi):
Viale Trento 1260
Sant’Elena (Viale IV novembre)
Sede Arsenale (2 ingressi):
Campo della Tana 2169/F
Ponte dei Pensieri (Salizada Streta)
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