Coloranti: un convegno internazionale a Pisa

Slide 1Si è tenuto a Pisa il convegno internazionale Dyes in History and Archaeology (DHA) n. 35 che, come recita il titolo, è il trentacinquesimo incontro per approfondire gli aspetti legati ai coloranti nella storia e nell’archeologia, senza limiti geografici e di materiali.

Il convegno si tiene ogni anno in una nazione diversa, quest’anno grazie all’impegno del gruppo di ricerca di Chimica Analitica per la Conservazione dei Beni Culturali e del Dipartimento di Chimica e di Chimica Industriale dell’Università di Pisa, è stato possibile tenerlo in Italia. Erano presenti scienziati e studiosi provenienti da tredici nazioni europee e inoltre da Azerbaijan, Canada, Giappone, Corea del Sud, Israele, Messico, Nigeria, Perù, Stati Uniti e Turchia.
La presentazione di 25 conferenze e di 34 poster ha messo in risalto il progresso della ricerca per la salvaguardia del patrimonio culturale.

Abbiamo appreso che la scienza della conservazione ha sviluppato, con esiti sempre più efficaci, metodi analitici basati sulla cromatografia, spettroscopia e spettrometria di massa per la caratterizzazione dei materiali organici provenienti da oggetti archeologici e opere d’arte. Anche gli strumenti per il prelievo del materiale da analizzare hanno mostrato l’evoluzione verso quantità sempre più piccole e meno distruttive e invasive dei manufatti.
Sono stati descritti, inoltre, molti tessuti archeologici e miniature di libri antichi in cui è stata riconosciuta la porpora spesso utilizzata insieme ad altri coloranti rossi per “risparmiare” la quantità di colorante richiesta dall’intensità della tintura. La porpora era il colorante più prezioso (il costo era superiore a quello dell’oro) e quindi, al pari dei gioielli, chi poteva indossarlo esibiva potere e ricchezza aumentando il suo prestigio sociale.
Numerosi, ampi e approfonditi anche gli studi dedicati al guado, all’indaco, ai mordenti, alle caratteristiche antifungine e antimicrobiche di alcune tinture naturali.

t2t1Tra i poster interessante quello che presenta la ricerca del gruppo di lavoro del British Museum di Londra in collaborazione con Hermitage Museum di San Pietroburgo (Russia) illustrato a Pisa da Diego Tamburini uno dei tanti giovani italiani che dopo il dottorato in Scienze chimiche e dei materiali a Pisa attualmente risiede a Londra.
Ci dice “ho un contratto di tre anni e il mio progetto riguarda l’analisi dei coloranti organici nei tessuti archeologici per rispondere a domande sulle abitudini di popolazioni antiche, in particolare le popolazioni nomadi dell’antica Siberia. Questo lavoro mi affascina molto perché combina la scienza, l’arte, l’archeologia, ed è quello che spero di fare tutta la vita.
Il British Museum è una delle più importanti istituzioni in questo ambito e mi da la possibilità di lavorare su oggetti di inestimabile valore. Ma l’Italia è la culla di tutte le arti, quindi spero un giorno di poter ritornare e fare il lavoro dei miei sogni nel paese che amo”.

Il poster ha attirata la nostra attenzione perché riporta l’immagine di un tappeto famoso lavorato a nodi detto Tappeto bianco o Tappeto di Pazyryk.

Un’operat4 straordinaria, quasi integra, recuperata nel t31948 a Pazyryk, una valle dei Monti Altai in Russia al confine con Kazakhstan, Cina, Mongolia. Era imprigionato, e quindi anche conservato, in un blocco di ghiaccio nella tomba di un personaggio importante inumato nel IV secolo a. C.. Ha quindi più di 2400 anni. Mostra una composizione molto ricca ed equilibrata con motivi decorativi (cavalieri su cavalli e a piedi, cervi, grifoni, elementi geometrici quadrati, romboidali, a stella) distribuiti in cornici e una tecnica esecutiva perfetta che niente ha da invidiare alla produzione dei tappeti persiani più belli fatti duemila anni dopo.

I ricercatori per dare vita e voce a questa opera sorprendente, che giungendo da un passato tanto lontano resterebbe quasi muta, si sono poste alcune domande
Le più importanti riguardano chi ha prodotto e dove i reperti delle tombe di Pazyryk; quali erano i rapporti con altre culture siberiane; le caratteristiche dei materiali e delle tecnologie impiegate; la produzione dei tessili in funzione delle esigenze d’uso. E, inoltre, non meno interessanti: perché il ghiaccio ha conservato così bene le fibre tessili per natura soggette a facile degrado? quale la differenza fra la conservazione per congelamento e quella che avviene in condizioni ambientali differenti e quali conseguenze comportat5 per il futuro dei manufatti?
Le risposte non sono semplici: richiedono approfonditi studi, ricerche complesse, comparazioni, analisi e quant’altro la tecnologia mette a disposizione per le indagini conoscitive dei reperti.
Inoltre ricostruire, la cultura, le credenze, gli usi e i costumi caratterizzanti le comunità che l’ambiente hanno abitato, o frequentato come nomadi, in tempi così lontani non è facile anche se, in questo senso, sono di grande aiuto le scoperte archeologiche condotte con metodi sempre più attenti e documentati.
I ricercatori sono giovani, pieni di entusiasmo, preparati e curiosi di conoscere e capire.
Auguriamo loro completo successo così anche noi potremo godere appieno di questo e di tanti altri capolavori lontani testimoni del nostro passato.

Graziella Guidotti

Le immagini riferite ai tessuti copti sono prese dal volume ”Tessuti archeologici: i frammenti copti Rocca Puig dell’abbazia di Montserrat”

coloranti naturali, tessuti archeologici

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