Purpurae Vestaes

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Aequipondium in piombo da stadera di grosse dimensioni (6Kg) e scena di pesatura di una grossa balla

Nella splendida cornice storico culturale di Padova, il 17 e 18 ottobre all’Orto Botanico dell’Università della città si è tenuta la sesta edizione del simposio internazionale “Purpureae Vestes, tessuti e coloranti nell’economia e società del Mediterraneo“.
Nei giorni successivi, il 19 e 20 ottobre il convegno si è spostato prima a Este e poi ad Altino presso i rispettivi musei archeologici nazionali delle due piccole città.
All’interno del simposio si sono tenute 45 conferenze e sono stati presentati 23 poster. Tutti questi interventi hanno avuto come base lo studio del ruolo che la produzione tessile e dei coloranti hanno avuto nelle attività delle diverse culture antiche dell’area mediterranea.
Il programma ha seguito, quando è stato possibile, la cronologia (dall’età del Bronzo all’alto Medio Evo) e la geografia (dall’est all’ovest e dall’Italia alle province dell’antico Impero Romano) nella speranza di afferrare le differenze e le similitudini, ma anche il conservatorismo e le innovazioni, espresse nelle varie tradizioni tessili e nei costumi dell’area Mediterranea.

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Fiore della pianta di guado

In questa edizione è stata aggiunta una sessione speciale sulla regione veneta per far conoscere ai partecipanti la recente ricerca condotta sul patrimonio tessile antico di questa area geografica.
Un qualificato comitato scientifico, composto dai più conosciuti studiosi di questo settore, ha selezionato relazioni altamente significative e di profondo interesse che hanno rivelato nuovi aspetti sul tessile antico in rapporto agli attrezzi utilizzati nelle varie attività come filatura e tessitura, ai coloranti impiegati nella tintura e all’economia generata localmente e dagli scambi di questi prodotti con altre popolazioni.
Particolarmente interessante il poster di I. Vanden Berghe e M. Gleba “Italian textiles form the first millenium BC – Dye investigation of degraded and mineralised textile remains by non-desctructive and micro-destructive techniques” che prende in esame lo studio dei coloranti nei tessuti archeologici etruschi e paleo veneti in un periodo compreso tra l’ VIII e il I secolo a.C. In Italia fino ad ora sono state fatte poche indagini sui coloranti nei tessuti archeologici ma questo è dovuto anche al fatto che la maggior parte di questi manufatti sono stati rinvenuti carbonizzati o mineralizzati. Questo studio ha preso in esame frammenti provenienti da Adria, Cerveteri, Este, Padova, Perugia/Corciano, Sasso di Furbara, Tarquinia, Veio e Verrucchio. Le tecniche investigative hanno individuato la presenza di robbia selvatica, guado, porpora e altri coloranti suggerendo la presenza di tecnologie tintorie sofisticate già nella Prima Età del Ferro lungo la dorsale appenninica.
Il poster di F. Maeder e F. Médard “Too nice to be true – no sea-silk in Pompeii”, parla del bisso, cioè la seta ricavata dalla secrezione di alcuni molluschi, spesso confusa con altre fibre. Il manufatto più antico è datato al IV secolo d.C.. Una pubblicazione del 2000 riportava che il bisso era stato identificato in un frammento rinvenuto negli scavi di Pompei. Questa notizia ha destato un notevole interesse negli esperti dei tessili archeologici e due autrici, indipendentemente l’una dall’altra, hanno avuto la possibilità di analizzare dei campioni di questo “presunto bisso” al SEM (microscopio elettronico a scansione). Ambedue tuttavia sono giunte allo stesso risultato: non si tratta di bisso ma di una comune spugna (Spongia officinalis L: 1759).
Il poster di Carla Corti “ Textile production in Mutina. The case of the villa Scartazza (Modena, Italia)” descrive la città di Mutina (Modena) come una città conosciuta in tutto il mondo Romano per l’alta qualità della lana e della produzione tessile e quindi una città promotrice di sviluppo economico e di mobilità sociale. Questo è testimoniato dalla letteratura e dalle fonti epigrafiche. Inoltre a testimonianza sono stati ritrovati pesi da telaio di forma piramidale decorati con stampi a matrice.

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Calze con alluce separato. Egitto, primi secoli d.C.

Lo studio ipotizza la presenza di un laboratorio tessile nella villa della Scartazza, parzialmente scavata nel 1877, di particolare interesse è la trasformazione della parte residenziale in una istallazione destinata alla produzione e un canale di scolo. Importante è stato anche il ritrovamento di vari pesi da bilancia e di un aequipondium di piombo per stadere di grandi dimensioni. Il bassorilievo sul monumento funerario di Neumagrn an der Moel con un grande sacco appeso alla stadera potrebbe essere interpretato come il momento di controllo di una “balla di lana” (così si definisce oggi la confezione di lana per il commercio). La villa è collocata in una posizione favorevole per la realizzazione di un laboratorio tessile poiché si trova a circa 200 mt a sud della via Emilia e non molto lontano dal fiume Panaro nel quale poteva essere scaricata l’acqua di lavaggio.
All’interno del convegno si sono svolte la visita all’Orto Botanico di Padova, tra i più antichi dell’Europa e ai Musei archeologici di Este e Altino. Il simposio si è concluso alla visita della manifattura tessile Bevilacqua a Veiezia dove si possono ammirare le stoffe prodotte con gli antichi telai settecenteschi ancora in funzione. Alla fine del simposio è stata annunciata la sede del prossimo che si terrà nel 2018 in Spagna!
Paola Cesari

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